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GOCCE IN MOVIMENTO

Francesco Somaini e Luigi Caccia Dominioni al Teatro Filodrammatici

Teatro Filodrammatici di Milano
5 ottobre 2017 – 23 dicembre 2017

Inaugurazione: mercoledì 4 ottobre ore 19:00


Mostra a cura di Paolo Campiglio
in collaborazione con Paolo Giubileo e Archivio Francesco Somaini di Milano

 


Si ringrazia Luisa Somaini per la cortese collaborazione nella realizzazione di questa mostra; il Teatro Filodrammatici di Milano; Fulvio Irace per le conversazioni su Caccia Dominioni; Beatrice Borromeo; Cecilia Gilardoni; Rosie per i preziosi consigli; Tomoko per l’affettuoso punto di vista giapponese e PRR Architetti per il sostegno.

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Il Teatro Filodrammatici di Milano

Il teatro dei Filodrammatici di Milano, venne realizzato fra il 1798 ed il 1800 dal grande architetto Luigi Canonica, su schizzo del Piermarini rielaborato dal Pollak.

A seguito dei bombardamenti aerei del 1943 e 1945 il Teatro dei Filodrammatici riportò danni ingenti; si salvarono solo i muri perimetrali, corrispondenti al volume della vecchia chiesa di San Damiano.

Il 24 giugno 1964 venne deciso di affidare i lavori per il nuovo teatro all'arch. Luigi Caccia Dominioni. La proposta dell'architetto era di ricavare la sala teatrale a 9 metri sotto terra e riservare lo sviluppo superiore a un palazzo per uffici. Il piano terra è riconducibile al tema della galleria pubblica, segno costante degli interventi del Caccia nel centro di Milano, dove le diverse destinazioni d'uso sono affrontate da Caccia con la sua solita attenzione ad interpretare al meglio la tradizione milanese. L'androne si allunga in forme curve, portando all'interno del teatro.

Una scala plastica guida lo spettatore alle due gallerie e quindi alla platea del teatro; la fluidità e la scorrevolezza del percorso sono ancor più accentuate dalle decorazioni musive dei pavimenti nel foyer del teatro, al pianterreno, al primo e secondo piano, realizzate, tra il 1968 e il 1969, da Francesco Somaini. L'architetto aveva già avuto prova della bravura dell'artista: insieme realizzano l'intervento per la Galleria Strasburgo e ancora prima per la villa di Lomazzo, casa Rosales, appartenente alla famiglia dello scultore. Caccia è sedotto dai risultati a cui è giunta la ricerca di Somaini nell'ambito del disegno per pavimenti, che raggiungono ora una vaga suggestione simbolista e naturalista.

A differenza dei precedenti interventi musivi si nota una maggiore uniformità dell'insieme, una semplificazione cromatica che quasi tende alla monocromia, in linea con le nuove propensioni di Caccia, e il prevalere delle formule radiali, di elementi più fitti che si inseguono diradandosi in una più chiara tensione dinamica. In particolare il fulcro da cui hanno origine i motivi a gocce è l'ingresso alla sala per tutti i piani delle gallerie, punto d'attrazione per chi entra o deambula negli spazi curvi pensati dall'architetto. La copiosa serie di bozzetti che il Somaini realizza per questo incarico, parla chiaro riguardo alla sua innovazione grafica. Gli schizzi riportano tutti il motivo a gocce che si declina in alcune varianti riscontrabili sulla pavimentazione, che segue le linee curve della planimetria e rammenta elementi vegetali rampicanti, sottolineando i percorsi; ha un andamento a raggiera, che prende vita da un punto focale; riempie al massimo lo spazio disponibile, determinando sequenze alternate di gocce più grandi e più piccole. Le tessere del mosaico, data la nuova semplificazione cromatica operata dal Somaini, risultano essere composte da marmi bianchi e neri accompagnati da grigi e bruni in gradazione.

 

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L'inaugurazione

 

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Percorsi nello spazio curvo: Somaini al Filodrammatici

a cura di Paolo Campiglio

La collaborazione tra l’architetto Luigi Caccia Dominioni e lo
scultore Francesco Somaini è un esempio di integrazione tra le arti,
in una comunità di intenti e affinità spirituali, unica nel panorama
dell’architettura italiana del dopoguerra.

L’architetto ha un dialogo privilegiato con Somaini e dalla metà degli anni Cinquanta i due maestri iniziano una collaborazione che si concretizza nei disegni per mosaici pavimentali e nella scultura. Un esempio più volte citato nelle loro conversazioni era il pavimento musivo della cattedrale di Otranto, un capolavoro medievale di interpretazione dello spazio architettonico non vincolata da specchiature geometriche ma liberamente ispirata da elementi vegetali.

Interessava a entrambi, poiché parte intrinseca di una poetica legata ai materiali e alle tecniche, la ricerca su una tradizione alto artigianale che stava per essere dimenticata come quella del mosaico lapideo in seminato alla veneziana o a tessere di marmo di 2 cm per 1, soppiantata da tecniche più economiche di pavimentazione.

Caccia attribuiva una singolare importanza alla planimetria e all’idea di percorso, soprattutto negli spazi comuni delle sue architetture. Sovente nei suoi progetti d’interno le piante subiscono, come ha sottolineato Fulvio Irace, una particolare metamorfosi, per cui gli spazi si trasformano in percorsi sinuosi che ricordano elementi vegetali: in tale contesto l’intervento dell’artista, che sottolinea l’elementarità organica e accentua la natura dinamica dello spazio, ben si accorda alle planimetrie dell’architetto, interpretandole secondo la sua personale sensibilità scultorea.

Luisa Somaini ricorda la singolare tecnica dell’inchiostro di china dilavato messa a punto dal maestro: “lo scultore era interessato a studiare nel disegno la metamorfosi di elementi naturalistici e organici, abbandonava il graffito su tavola e il colore, per affidare i suoi pensieri esclusivamente all’inchiostro di china, dapprima ricorrendo all’uso della penna e del bambù, poi del pennello, mettendo a punto una tecnica (...) consistente nel riprendere con l’acqua le stesure di inchiostro sulla carta, in modo da ottenere con una parziale erosione della macchia margini di casualità e risultati di estrema raffinatezza”.

Il cantiere di sistemazione interna del Filodrammatici ad opera di Caccia Dominioni e dell’Ing. Filippo Dubini si protrae per quasi sette anni, dal 1963 al 1969. Al termine dei lavori, tra il 1968 e il ‘69 l’architetto riserva all’amico l’ideazione dei mosaici pavimentali lapidei nell’atrio di ingresso del teatro al pianterreno, al primo e secondo piano sotterranei, negli spazi comuni.

Architetto e scultore convergono in una decorazione che superi l’idea di mosaico inquadrato in una griglia rigida: i disegni di Somaini per i pavimenti propongono elementi astratti, organici, che imprimono un movimento, suggeriscono delle direzioni in relazione allo spazio, sollecitano una instabilità dinamica.

 

Irradiazioni spaziali

Somaini era solito lavorare sulle piante disegnate dall’architetto, che già presentavano motivi curvilinei complessi: all’interno di quelle forme egli esprimeva con la tecnica dell’inchiostro di china dilavato i suoi motivi organici ispirati a irradiazioni luminose o graffiti lineari tradotti a inchiostro, elementi a goccia o fitomofi.

I disegni per i pavimenti del teatro Filodrammatici conservati oggi all’Archivio Francesco Somaini di Milano risalgono al 1969, di qualche anno successivi al cantiere della decorazione pavimentale della chiesa di San Biagio a Monza e particolarmente vicini ai pavimenti musivi realizzati per l’atrio di ingresso dell’edificio per abitazioni in via Tiziano 9 a Milano (1963-1968). Questi ultimi propongono il medesimo motivo a gocce a indicare percorsi e tracciati che aiutano ad orientarsi nello spazio, verso gli ascensori e le scale.

I bozzetti del pavimento dell’ atrio di ingresso del Filodrammatici rivelano ipotesi differenti: la forma della pianta è una sorta di dorso di balena entro cui si ravvisano gli spazi occupati dall’architettura come la porta di ingresso al teatro e l’attacco della scala che conduce ai piani inferiori. In una prima idea, espressa in due schizzi su carta, i motivi a goccia o tracce indicano percorsi che hanno origine dalla porta di entrata del teatro, conducono alla biglietteria e scorrono fino alla scala di accesso ai piani, con un movimento fluido. In questa versione il tracciato suggerito è analogo a quello impiegato per i pavimenti dell’atrio dell’edificio di via Tiziano 9: gli elementi assumono una sembianza organica e vegetale ma potrebbero anche essere interpretati come brevi sagome luminose che si inseguono. La versione definitiva, ravvisabile nel bozzetto definitivo e approvata dall’architetto, esprime una variante più complessa: il movimento non è concentrato in percorsi, ma è diffuso a irradiazione spaziale dal nucleo centrale del teatro, secondo un concetto inverso di emanazione ideale dalla scena teatrale. Da questo nuovo punto di vista lo spettatore entrando in teatro non pare guidato in nessun percorso, ma sembra attirato idealmente dall’energia dello spettacolo, di cui vede tracce sul pavimento. Vi è anche una ragione architettonica a sostenere questa nuova ipotesi: l’andamento diffuso delle gocce dilaga in senso radiale dando l’impressione di uno spazio più ampio.

Architettura e decorazione si uniscono quindi nell’ intento di dinamizzare le ridotte dimensioni degli spazi con un movimento congiunto. I tre bozzetti del piccolo pavimento della galleria intermedia attestano analoghe soluzioni: i primi due studi più fluidi e a percorsi di elementi che si inseguono, quello eseguito e scelto dall’architetto con tracce diffuse provenienti dalla curva centrale del teatro. Particolare cura è stata riservata ai pavimenti del primo e secondo piano interrato, nello spazio del foyer con il bar e i servizi: la forma allungata della pianta del primo piano, su carta ritagliata dall’artista come maquette per l’esecuzione musiva, presenta le varianti già individuate anche per gli altri piani. Più evidente nella soluzione scelta come definitiva è il motivo centrifugo delle gocce che originano dalla platea e attraversano lo spazio in ogni direzione.

Nel foyer, che visto in pianta appare come un lacerto di tessuto teso agli angoli, di cui abbiamo ben quattro varianti, la soluzione finale appare assecondare i movimenti degli altri pavimenti, con la differenza che qui la superficie è più ampia e la sua decorazione è ben visibile dai piani superiori invadendo lo spazio curvo con il movimento lento delle energie radiali. Il bianco, il grigio con le sue sfumature fino al nero evidenti nei disegni di Somaini sono stati tradotti in tessere di marmo (nero del Belgio, nero nube, bianco lava, bianco Sivec, grigio carnico scuro, gricio carnico chiaro, arabescato orobico grigio scuro, arabescato orobico grigio chiaro, Sintra, Kristal bulgaro) e posati in opera dai maestri mosaicisti della ditta di Felice e Fratelli Bernasconi di Como tra il 2 luglio 1969, data del preventivo dei lavori e il 6 ottobre dello stesso anno, data dell’approvazione del pavimento già messo in opera da parte dello scultore. La ditta Bernasconi era una impresa di artisti-artigiani che si tramandava il mestiere da generazioni, adottava l’antica tecnica del mosaico romano, con cubetti di marmi diversi posti in opera direttamente al suolo da operai specializzati seguendo un disegno in scala che veniva ingrandito mediante la quadrettatura. Venivano scelte le gamme di fondo spesso separando manualmente le diverse vene del marmo onde accentuare sfumature. Somaini collaborava con i maestri mosaicisti in un rapporto continuo, poiché l’esecuzione doveva tradurre il segno grafico in una nuova materia, potendo intervenire ed operare modifiche nella fase precedente alla stesura del cemento. I pavimenti musivi di Caccia e Somaini attestano dunque una antica coralità di intenti, tra progettazione architettonica, interpretazione artistica ed esecuzione altoartigianale, che si oppone alla morsa del funzionalismo più rigido in architettura e ripropone negli spazi contemporanei una matrice culturale che risale alle origini della cultura architettonica, al momento della nascita del Romanico lombardo, a una tradizione che nell’uso dei materiali fa coincidere il recupero di una energia insieme spirituale ed umana. È facile intendere come tali esperienze a contatto con l’architettura di Caccia siano servite a Somaini non solo per operare in modo autonomo e originale nel campo della pura decorazione, ma abbiano influenzato le successive riflessioni sull’idea di percorso, di traccia, sviluppate di lì a poco nella scultura, soprattutto in relazione allo spazio pubblico della città.

Tra le principali architetture milanesi di Caccia Dominioni che presentano pavimenti disegnati da Somaini ricordiamo l’edificio di abitazioni in via Nievo 28 (1955-56), e in via Nievo 10 (1964-66), l’edificio residenziale in Piazza Carbonari 2 (1960-61), la Galleria Strasburgo che collega via Durini e corso Europa.