Dialoghi con l'Autore - Incontro con Anna Savini 

Giovedì 07 settembre 2017 - ore 21:00

 

presso il cortile antistante la Biblioteca Civica di Lomazzo

piazza Brolo San Vito, 4 - Lomazzo

introduce il dialogo: Laura Omodei, giornalista

 


Libro persentato: Buone ragioni per restare in vita - di Anna Savini

Editore: Mondadori - Collana: Strade blu - Anno edizione: 2017

Pagine: 293 p., Brossura - EAN: 9788804679134


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L'AUTRICE

Anna Savini, giornalista, lavora a Como al quotidiano «La Provincia». Ha collaborato con «Vanity Fair» e attualmente scrive per «Gioia», «Grazia» e «il Giornale».

 

 

 

 

 

DESCRIZIONE

Questo non è un libro sui tumori. È un libro sulla vita e su tutte le cose fantastiche che si possono fare.

Quando, un anno e mezzo fa, mi hanno detto che la pallina strana che sentivo al petto era un tumore, mi è venuto un colpo. Mi sono vista morta di lì a poco e, all'improvviso, mi sono accorta che non avevo abbastanza cose da ricordare. Ammalarmi di tumore non era nella lista delle mie priorità, essere chemioterapizzata neppure. Così, all'inizio, non avevo voglia di curarmi, non mi sentivo abbastanza coraggiosa. Del resto, era proprio per la paura di quello che avrei potuto trovare che non avevo mai fatto prevenzione. Ma non è che se non lo cerchi, il tumore non arriva. A me è successo esattamente il contrario. Adesso ce l'avevo, anche bello grande. Dovevo curarmi, non c'erano alternative. Allora ho deciso che avrei affrontato la chemio come se fosse un lavoro. La facevo e poi pensavo ad altro. Per esempio, alle belle vite delle mie amiche immaginarie, che girano il mondo sempre sorridenti. A dir la verità, sorridevano anche le malate che incontravo in ospedale. Perfino le bambine malate vedono il tumore come un drago e la chemio come il principe che ti salva. Io no. Io piangevo in continuazione. Vedevo solo draghi ovunque. Poi mi sono abituata, come succede sempre nella vita; sono arrivata alla fine e ho sconfitto il drago. Quindi posso dirlo: se ce l'ho fatta io, ce la possono davvero fare tutti. Certo, l'obiettivo resta quello di non ammalarsi. Ma trovare le ragioni per cui vale la pena vivere è, senza dubbio, un'ottima cura. Quindi, appena ho terminato la chemio sono andata in questura a rifare il passaporto scaduto. Volevo partire per Hollywood subito dopo l'intervento. E lì ho incontrato una collega che aveva avuto un tumore al seno prima di me. Aveva una criniera di capelli che sembrava Mafalda e voleva andarsene in Giappone a vedere i ciliegi in fiore. Ci è andata. Io ho il passaporto nuovo con una foto orrenda e non sono ancora andata da nessuna parte. Questo libro insegna a non fare come me.

 

RECENSIONE

Fra le buone ragioni per restare in vita, Anna Savini può a buon diritto inserire anche la scrittura. Perché questo libro e quell'accidente maledetto da cui è scaturito - un tumore - le hanno permesso di dare forma compiuta a un talento che probabilmente la professione di giornalista riusciva solo a far intuire. Leggerezza e un infallibile senso dell'umorismo permeano quello che - più che del romanzo - ha il passo della sceneggiatura, per l'efficacia delle situazioni descritte, l'asciuttezza e precisione dei dialoghi, le note d'ambiente essenziali. Anna Savini sa che c'è poco da ridere quando si tratta di tumori - le pagine drammatiche non mancano - ma quel poco lo sa distillare e filtrare con uno sguardo capace di tale autoironia che quasi quasi le si crede quando dice che, se ce l'ha fatta lei a curarsi e guarire, ce la possono fare tutti. Mentre raccontarsi così, attraversando il dolore e il sentore di morte con assoluta umanità ma nessuna autocommiserazione, no: questo non è da tutti.


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GLI ARTICOLI

 

CORRIERE DELLA SERA

AMORI MODERNI

La moda? Il mio buon motivo per guarire

Anna Savini

Ho una cicatrice sul seno, a destra. Me l’ha fatta Brad Pitt. Cioè non proprio lui, in realtà mi sono scottata con la boule dell’acqua calda. Ma il punto è che l’acqua era troppo calda, era bollente proprio, e se il pentolino era rimasto troppo sul fuoco, la colpa era sua, di Brad Pitt che ha questo potere ipnotico. Stavo guardando «Ti presento Joe Black», per la centesima volta credo, ma non riuscivo a staccarmi dalla tv. E siccome il seno era quello operato, è bastato che appoggiassi la boule al petto un secondo, il tempo di rendermi conto che scottava, e puff, era troppo tardi. Una bella ustione profonda che mi ha fatto andare avanti e indietro dall’ospedale per due mesi, anche dopo che avevo finito tutta la trafila da malata. Altri due mesi di visite, medicazioni, cerotti, garze e pomate, fino a quando il «chirurgo salvatore della patria», furibondo perché avevo rovinato il suo lavoro, non ha rattoppato il buco Brad Pitt usando un po’ del mio grasso. Salvataggio riuscito in extremis, senza dover smontare tutta la sua opera d’arte.
Questo lo dico perché i bei film sono fondamentali, mentre la malattia, anche se può sembrare strano, è marginale. Ma proprio marginale marginale, così marginale che se potessi la tirerei via del tutto. Per questo è stato uno choc sapere che ce l’avevo addosso, il male che ancora adesso fatico a chiamare per nome. Non perché pensassi di essere immortale, anzi. I miei parenti sono stati decimati dal tumore. Ma avevano tutti più di 70 anni, non mi aspettavo di ammalarmi già a 44. Non mi aspettavo niente, perché ero troppo impegnata a star male per amore e ho lasciato che la mia vita andasse alla deriva. Pensavo che me la sarei cavata così, perdendo tempo a galleggiare, invece poi è arrivato l’iceberg. All’inizio si è portato via lo zio Primo, il mio gommista. Poi la zia Elena, la mia tata, infine ha tentato di far lo stesso con me. Solo che non sono andata a fondo subito come il Titanic, sarebbe stato troppo facile, sparire nel nulla senza accorgermene. È quello il punto chiave quando ti ammali, restare a galla per curarti. La parte più difficile, soprattutto se non c’è Di Caprio a salvarti.

La porta magica
Bisogna trovare qualcosa a cui aggrapparsi mentre la violenza della chemio ti sbatte da una parte all’altra, ti colora il viso di verde, ti mette addosso la divisa da malata, divora ciglia, sopracciglia, incenerisce i capelli e fa di te quello che vuole. E, quel qualcosa, io l’ho cercato fuori da me. Perché ognuno ha le sue buone ragioni per restare in vita e queste sono le mie. I film, la moda, le scarpe, gli abiti, i bei ragazzi, le modelle alle quali vorrei assomigliare. È il mio modo di proteggermi dalla durezza della vita, dalla malattia, dalla morte, da tutte le notizie che mi arrivano addosso. È il mio antidoto. Pensare a quali cose meravigliose siano in grado di fare gli essere umani mi fa star bene e pareggia il conto degli orrori che altri esseri umani provocano. Non so se la bellezza salverà davvero il mondo, ma di sicuro ha salvato me.
La moda è arte. Gucci, Dolce e Gabbana, Valentino, Dior, Chanel, Prada, Armani, Versace,Louis Vuitton, Marc Jacobs, un elenco così non vuol dire niente e non è neanche completo. Ma è la galassia di bellezza generata da ognuno di loro che mi ha salvato. Perché dietro ogni abito, durante ogni sfilata, dentro ogni servizio di moda su un giornale io trovo una porta, una porta magica, che mi porta via di colpo dalla realtà. Succede sempre, ma la potenza di questo transfert è diventata vitale mentre aspettavo il mio turno per i prelievi, che io detesto anche più della chemio. Io ero inchiodata su una sedia in ospedale, arrabbiata con tutto e con tutti, ma il mondo della moda mi ha consolato portando in giro il mio spirito per il mondo e facendomi respirare una bellezza così lontana dallo stato in cui ero in quel momento.
Sono stati loro, gli stilisti, i fotografi, gli stylist, i giornalisti, chiunque ruoti intorno al mondo della moda a tenermi su di morale quando non c’era proprio niente per cui essere felice. Loro e le mie amiche immaginarie, le modelle, i modelli, tutti quei ragazzi che seguo su Instagram e che mi fanno pensare: «Va beh dai, caso mai se muoio, provo a rinascere come loro». Sono andata in ospedale così, con il casco d’astronauta della moda in testa. Perché io sono empatica, e mi basta sentire un po’ di male degli altri per sprofondare in un abisso di disperazione. Me l’hanno proibito i medici, di ascoltare i tumori altrui. Anche se isolarmi è stato molto difficile. Perché mi viene naturale farmi raccontare le vite degli altri, anche se mi portano a fondo…
La scaramanzia non funziona
Non so ancora come ho fatto, ma ce l’ho fatta. È passato solo un anno ma mi sembra che l’abbia fatta un’altra persona, non io. La chemio non è proprio la cosa più bella che ti possa capitare nella vita, ma quello che avevi prima di iniziarla, lo ritrovi dopo. E, se sei un po’ più furbo di me, puoi ritrovarti pure migliorato. La malattia ti mette addosso una gran fretta, ti ricorda che non è scritto da nessuna parte che starai qui fino a cento anni. E quindi ti conviene sbrigarti a fare tutte le cose che ami. Primo perché allunga la vita, e secondo perché, dovesse succedere qualcosa di brutto, intanto le hai fatte.
Non c’è un muro tra i malati e i sani. C’è un filo. E passare da un mondo all’altro è come precipitare in un dirupo. Non sai cosa ti aspetta e non sei mai preparato abbastanza. Però ignorare il mondo dei malati non ti protegge dal finirci dentro. Questo lo so perché io ci ho provato, ma non è servito. Io non facevo prevenzione e non leggevo libri sul tumore. Per paura, certo, ma come scaramanzia non funziona. In più anche quando ho sentito qualcosa di strano (il tumore è qualcosa di strano) non sono andata subito a farmi visitare. Però devo anche dire che in fila con me c’erano anche donne che la prevenzione l’avevano fatta e in fila con me c’erano donne che oggi non ci sono più. E allora, anche se io ho preso la chemio come un set, anche se mi sentivo come il Conte di Montecristo in cella, anche se uso i film di Hollywood e la moda per evadere perché la realtà mi soffoca, bisogna dirlo che non sempre il film finisce bene. E io queste donne che hanno vere ragioni per restare in vita le voglio ricordare.

Il capolavoro evolutivo
Sono state le persone normali a farmi vedere che non bisogna vergognarsi di essere malate e tantomeno commiserare le malate. È la cosa più fastidiosa del mondo, essere commiserate, non serve a nessuno dire: «Ah, ma che brava che sei, se capitasse a me, non ne sarei capace». Lo dicevo anch’io a chi si è ammalato prima di me. Non è vero, siamo capaci tutti. Come diceva Wondy, che ha scritto un libro prima di me, ti viene una forza che non sai di avere. Oddio, io la sua forza non ce l’avevo a dire la verità, ma sono riuscita a fare tutto lo stesso. A far la chemio, a lavorare, a curare le gemelle di mia sorella. E io ho fatto ancora poco perché le mie compagne di viaggio hanno fatto ben altro, hanno mandato avanti famiglie, imprese, fatto viaggi, aperto negozi.
Io ho scritto un libro e ne voglio scrivere altri. Perché c’è un’altra storia che voglio raccontare. Quando ho raccontato la mia esperienza a un convegno di medici, una psichiatra ha detto che il nostro cervello è un capolavoro evolutivo. Quando è stato il mio turno, ho detto che io l’avevo visto il capolavoro evolutivo in azione. Tutte le donne che facevano la chemio con me, che parlavano tra di loro e ridevano. Io, che piangevo sempre, non capivo cosa avessero da ridere. Dopo ho capito. Nella vita ci si abitua a qualunque cosa, bella o brutta. Tutto è difficile fino a quando non diventa facile. È verissima, questa frase. Per questo vorrei che il mio libro diventasse virale, che ognuno di voi lo portasse in giro per il mondo a fare cose belle e mostrasse le sue buone ragioni per restare in vita. Perché la vita è bella, è così bella che perfino quando ti ammali sei in grado di reagire. E di trasformarti in un capolavoro evolutivo, anche se fino a quel momento non sei stata altro che un capolavoro distruttivo, come — a seconda delle fonti — continua a considerarmi qualcuno.

5 maggio 2017

http://27esimaora.corriere.it/amori-moderni/17_maggio_04/moda-mio-buon-motivo-guarire-c809c0cc-30f5-11e7-a448-9b138eb1814c.shtml

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DAL MAGAZINE GIOIA


TUMORE AL SENO: LA CRONACA SEMI-SERIA DELLA MALATTIA DI ANNA
Anna Savini ha scritto un libro per raccontare la sua lotta contro il cancro: s'intitola Buone ragioni per restare in vita ed è una storia non solo bella, ma anche necessaria a chi ne sta vivendo una simile

di Maria Elena Viola
10/05/2017

Ci sono ragazze magiche che hanno il potere di squadernare tutti i file delle umane emozioni lasciandoti commosso, anche mentre ridi. Sovvertono le regole, non hanno premure, ti sbattono in faccia certe brutte verità con grazia incosciente e se ne fregano di come la prendi (non vogliono mica stupirti o spaventarti!). Si dicono codarde di fronte alle sfide della vita e poi tirano fuori un coraggio che neanche Thor e i suoi amici in calzamaglia. Pensano sempre di non essere all'altezza, di essere troppo svogliate o imbranate per farcela e invece scalano le vette volando, come falchi, come aquile, senza neanche il fiatone. Credono di essere normali. Ci credono davvero, non lo fanno per posa. Normali e friabili. Invece sono magiche. E quindi invincibili.

Un romanzo nato come un diario

Anna è così, e forse non lo sa. Anzi, non lo sa di sicuro conoscendola. Ma glielo dico ora perché non gliel'ho mai detto e perché se lo merita. È entrata nella mia vita come un pallonata. Sbam! Fossi stata un fumetto avrei visto gli uccellini. Mi ha mandato un'email che aveva dentro un romanzo. Un romanzo nato con altre intenzioni credo, come diario o come scialuppa in un momento di onde alte e furenti. Ho iniziato a leggerlo e non riuscivo più a smettere. Mi faceva ridere, ma anche un po' piangere e poi di nuovo ridere, da matti. Parlava di tumore. Il suo tumore, una «pallina strana» conficcata nel seno. Il problema è che Anna non lo voleva, un tumore. Non lo vuole nessuno, ma Anna di più. E quel suo modo indolente e infantile di vivere la Cosa – la malattia, la prova, la tragedia, la sfida, la sfiga, chiamatela come vi pare, a seconda del grado di ipocondria e teatralità – l'ho trovato terribilmente onesto e umano. Come un compito in classe che non ti va di fare. Come le scarpe strette. Come la rottura di palle imprevista che ti arriva nel bel mezzo di un viaggio importante. Solo che il viaggio è la vita. E l'imprevisto pure. Non il passaporto rubato, non la gomma bucata sotto il sole del bush australiano. Ma una transenna grossa così al centro della strada. Se vuoi andare oltre te la devi sudare. Medici, analisi, chemio. E nessun dado da ritirare.

All'improvviso ti vedono come una malata

Anna ha affrontato tutto con cialtronesco stakanovismo, ché nell'imprevedibile «mestiere di vivere» le è capitato pure questo, doverla sfangare in qualche modo, buttando giù tutte le pillole amare che la pallina di cui sopra ha comportato. Non tanto e non solo le cure – però pure quelle, soprattutto gli aghi e le tac – ma i commenti imbarazzati della gente, il loro viverti all'improvviso come Anna-che-c'ha-un-tumore-al-seno e non più come Anna-e-basta, e le paure tue e quelle delle persone che ti stanno intorno, e la tua faccia che cambia e i pensieri scemi e le scarpe e la parrucca e i vestiti e i film che ti salvano la vita o la giornata, che è già tanto.

Anna ha scritto un libro

Questa cronaca semi-seria della malattia, raccontata in diretta, con le cellule maligne ancora a piede libero, l'ho trovata così forte e dirompente che l'ho voluta pubblicare subito sul nostro giornale. Non tutta, un pezzetto, per ovvie ragioni di spazio. Lanciando però un appello agli editori: fatevi avanti! Perché ho pensato che la storia di Anna fosse non solo bella, ma utile e necessaria a chi ne stava vivendo una simile. Che fosse un antidoto alla paura e alla solitudine. Non c'è niente come uno che sta per affogare per dirti che vale la pena nuotare. Mondadori ha risposto all'appello. Ora quel plico sconfinato di pensieri e parole è diventato un libro, Buone ragioni per restare in vita . E io mi sento felice. Per lei e per me. Per tutte le mail che ci siamo scambiate e ci scambiamo da allora. Per questa bella amicizia nata senza esserci mai viste. Una buona ragione per restare in vita, parafrasando il titolo del libro. Almeno per me.

http://www.gioia.it/magazine/firme/a4065/tumore-seno-libro-anna-savini-cronaca-malattia/

 

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LA PROVINCIA DI COMO


«Io, il tumore, lo shopping»

La nostra Anna si racconta
e ora la sua storia è un libro
Proprio mentre parte il mese della prevenzione


Non si piange addosso e continua a comprare scarpe. Come ha sempre fatto anche se, dall’inizio dell’anno, quando entra nei negozi o sfoglia riviste di moda sognando Hollywood, è costretta a portarsi dietro anche il suo tumore.

E proprio quel tumore è finito nelle pagine di un libro di cui ha già scritto moltissime pagine.

Tra stilisti, cinema e sogni

C’è sempre, in ogni pagina, ma lei, Anna Savini , giornalista nostra collega a “La Provincia”, non dà alla malattia il ruolo di protagonista. Racconta la sua vita tra shopping, visite dal dentista, lavoro, famiglia e le sue grandi passioni: la moda e il cinema. Oltre alle scarpe, naturalmente. Tutto, insomma, ma con il suo tumore che la costringe, anche se proprio non vuole, a cambiare abitudini, perché lei vorrebbe «solo andare avanti a lavorare finché il cancro non passa da solo. Invece devo correre qua e là per salvarmi».

C’è tutto questo nel suo libro, che sogna di pubblicare e di far diventare un best seller. E il settimanale “Gioia!”, in edicola questa settimana, ne pubblica i primi sei capitoli dedicando ad Anna anche un richiamo in prima pagina, accanto al divorzio dell’anno di Brad Pitt e Angelina Jolie.

«Il racconto che leggete qui - scrive a pagina 156 la direttrice Maria Elena Viola , come introduzione all’articolo - è arrivato in redazione via mail, con la lettera di una lettrice che aveva “un problema” e nessuna voglia di piangersi addosso. Ci ha divertito, sorpreso, commosso. Ve lo proponiamo perché riflette l’esperienza di tante donne. E perché pensiamo che potrebbe diventare un bel libro (conta già più di 100 pagine). Editori, fatevi sotto!».

«Vorrei pubblicare il mio libro»

Quattro pagine con i primi sei capitoli del libro che cerca un editore. «Sono molto contenta del fatto che “Gioia! “ abbia scommesso sul mio libro e lanciato un’asta per trovare un editore come fanno in America - commenta Anna Savini - Quando mi sono ammalata non l’ho presa molto bene. Avevo troppi sogni incompiuti. Adesso non vedo l’ora di realizzare questo perché, al di là delle scarpe, delle modelle e degli stilisti che popolano il mio libro, io vorrei aiutare chi si ammala a prenderla un po’ meno tragicamente di me. Sperando che arrivino presto cure meno invasive ma comunque, nonostante tutto, sopportabili».

Nel libro, di cui non sveliamo nulla perché i sei capitoli si possono già leggere, mentre per gli altri bisognerà aspettare la pubblicazione, in modo semiserio ci sono tutti gli ultimi sette mesi di Anna. Ci sono le reazioni dei familiari e degli amici. Quelle delle infermiere e delle dottoresse . C’è il suo tumore, certo. Ma c’è soprattutto tutto il resto. Tutti i sogni di Anna.

Gisella Roncoroni

http://www.laprovinciadicomo.it/stories/Cronaca/io-il-tumore-lo-shopping-la-nostra-anna-si-racconta-e-ora-la-sua-storia-e-u_1204217_11/


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