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Incontro con Emilio Magni, giornalista, scrittore e divulgatore del dialetto lombardo

Sabato 13 giugno - ore 18,00 - Salone Biblioteca - piazza Brolo S. Vito - Lomazzo

 

 

Emilio Magni, da giornalista a divulgatore di quel mondo vernacolare sempre più raro da incontrare

Ha visto scomparire il mondo contadino e ne salva la memoria raccontando i modi di dire e i mestieri di un tempo nei suoi libri di successo.

Emilio Magni ha il Lario nel cuore. Il suo interesse per la storia locale e l’attaccamento alla propria terra lo stimolano a scrivere libri che ci restituiscono un vivo ricordo di “come eravamo”. Ad esempio in “Richén principe della zolla”, memoria della vita rurale in forma di romanzo, descrive la realtà del vivere quotidiano, del duro lavoro, della fatica consumata sui campi dei nostri avi contadini, elaborando una storia che è tra il documento e la denuncia.
«Il mio impegno è cercare di fermare i principali valori del mondo contadino che dopo millenni è scomparso nel giro di breve tempo, dopo la seconda guerra mondiale – dice Magni – Lo faccio depositando sulla carta i miei ricordi e le emozioni che essi suscitano, perché sia un punto di riferimento che dia il senso profondo delle radici e dell’identità anche per le generazioni di oggi e per quelle di domani».
«Ho vissuto in prima persona gli ultimi scampoli di questo mondo scomparso – prosegue Magni, che lavora a un romanzo ambientato negli anni ’70 tra la Brianza e l’India – e ho capito che per tentare di salvarlo il segreto è mettersi in ascolto. Per questo io vado sempre in mezzo alla gente. Nei bar e nei mercati rionali mi confronto con la gente, ascolto le sue esperienze e le raccolgo come patrimonio comune. Ad esempio dando risalto ai vecchi mestieri, e ai modi di dire di un tempo, che sono da sempre espressioni dell’animo. 
I miei sono aneddoti e racconti di vita vissuta che fanno vivere le espressioni del vernacolo nel contesto che gli è proprio, nell’humus di esperienze collettive in cui era usato e pronunciato. Il dialetto, insomma, lo interpreto come elemento vitale di una comunità, visto che è sempre di chi lo pronuncia e non c’è modo di legarlo a un codice preciso e univoco».

 

 

 

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Alcuni degli ultimi testi divulgativi realizzati dal simpatico autore e giornalista comasco Emilio Magni

 

I nomi hanno sempre una storia. Anche i nomi di lavori che ormai non si praticano più e che sopravvivono solo in vecchi libri o nella memoria degli anziani: lavori come il cascen, "servo pastore" che seguiva le greggi nella transumanza; il famèll, giovane che si occupava di tutti i lavori relativi alla stalla; il pizzicagn, un po' droghiere, un po' salumiere, panettiere, ortolano. Parole che parlano di fatica e si portano dietro un passato - a volte neanche tanto remoto - di storie squisitamente lombarde. Per ogni mestiere perduto questo libro racconta non solo l'origine del nome e le caratteristiche, ma anche storie, aneddoti e detti popolari.

 

Penso che chi più chi meno un po' tutti abbiamo il dialetto nel cuore: pure coloro che non sono capaci di parlarlo o addirittura lo disprezzano perché lo credono una cosa volgare, un esprimersi poco educato e non certamente fine. Molti comunque lo amano, soprattutto per la sua immediatezza, per il colore e il calore dei suoi modi di dire che hanno una presa immediata, molte volte assai più efficace delle frasi in italiano. Purtroppo sono sempre meno coloro che parlano il dialetto e che ricordano i suoi bei vocaboli caratteristici. Ma non basta, come ormai invocano in tanti, dire "Salviamo il dialetto". Non basta nemmeno togliere l'ultima vocale dai nomi dei paesi scritti sui cartelli stradali per cercare di conservare la nostra bella parlata vernacola. Ecco quindi perché, come editore, ho ritenuto importante questo lavoro di Emilio Magni che propone alle nuove generazioni una lunga sequenza di modi di dire del dialetto lariano e brianzolo, spiegando da dove questi detti (molti dei quali assai comuni) arrivano, quali sono le occasioni e le situazioni che li accompagnano e quali sono i luoghi e gli ambienti in cui sono più frequentemente pronunciati. Altri sono invece ormai quasi completamente scomparsi. In questo libro tutti i modi di dire sono accompagnati da aneddoti, racconti, addirittura ricordi personali. Tutto questo è un patrimonio che deve assolutamente essere conservato.

 

"Fa minga la figüra del cicculatée", "Lasal in dal so broeud", "El dorma da la quarta", "Tutt a 'n bott": ormai non capita quasi più neanche in campagna di sentire queste belle espressioni dialettali. Poche parole e una grande efficacia comunicativa: "Sun mezz in gèsa" per dire che uno non stava tanto bene, mentre a mettere pace quando moglie e marito avevano avuto da discutere tutto il giorno arrivava "l'avucatt Cuerta". L'autore, che per il dialetto prova infinite emozioni, ci accompagna in un nuovo viaggio fra i pensionati del "canton di ball" che ci raccontano storie, aneddoti e tradizioni popolari della cultura meneghina che si vanno perdendo.

 

Storie di paese: tante, brevi, alcune cortissime, qualcuna più lunga, sull'onda del raccontare dei tempi in cui non c'era la televisione e la gente dialogava piacevolmente da una ringhiera all'altra, sotto i portici, la sera nelle stalle, sui treni dei pendolari, nei caffè e nelle osterie. Storie di vita quotidiana, descrizioni di stati d'animo, oppure di avvenimenti che hanno lasciato il segno, come quelli vissuti durante l'ultima guerra o le vacanze, ma anche storie di amori appena sbocciati che non hanno fatto in tempo a maturare, oppure di passioni intense travolte dagli eventi. Con un linguaggio il più possibile vicino al raccontare schietto e disinvolto della gente di paese, che spesso, per dare più tono al discorso, ricorreva al dialetto, l'autore raccoglie storie di vita quotidiana: il dipinto di un mondo che non c'è più.

 

Nella vita di Enrico Conti, detto Richén, intraprendente contadino, si specchia quasi un secolo di storia: nasce nel 1868, muore negli anni Cinquanta. Sono anni cruciali, dai giorni della magica comparsa della ferrovia attraverso due guerre, sino al periodo della trionfante urbanizzazione e della speculazione edilizia. Oscillando fra il lirismo dell'ormai tramontata vita dei campi, gli amori, i drammi personali (un figlio di Richén caduto nella Grande Guerra, un altro rovinato dalle febbri) e le grandi vicende collettive, Magni ci restituisce un vivido ritratto di come eravamo, attento ai minimi particolari della vita quotidiana: un'emozione che si fa analisi critica di come, alla fine, le terre dei contadini sono state utilizzate e quindi di come è nato il nostro presente. I luoghi delle vicende del romanzo storico di Magni sono rievocati con realismo nel loro aspetto e nella vita vissuta al loro interno. Lo spessore della verità storica caratterizza anche i personaggi, certamente nati da volti, azioni, modi di parlare e di pensare di tante figure reali a cui va il pensiero di chi legge, se appena l’età gli consente di spaziare nel ricordo oltre gli ultimi decenni. Magni non si limita a una convincente narrazione storica: vuole raccontare le esistenze. Riesce in questo intento perché la sua è la voce di uno che ha conosciuto e vissuto quel mondo, che ha ascoltato molte storie e molto ha scritto di uomini e donne, di luoghi un tempo diversi e poi cambiati in modo quasi traumatico.