Nel contesto del Luglio Lomazzese 2016, nei quattro giovedì sera del mese di luglio 

il Comune di Lomazzo e la Biblioteca Civica invitano agli appuntamenti "Giovedì in Biblioteca",

che vedranno l'apertura straordinaria della Biblioteca dalle 20:00 alle 22:00, 

per mostre d'arte, di fotografia, incontri letterari e laboratori a tema.

 

Giovedì 21 luglio 2016 alle ore 20:00 avremo il piacere di incontare

il Finalista al Premio Italo Calvino Daniel Di Schüler

presso il salone della Biblioteca Civica in Brolo San Vito - Partecipazione Libera

 

Alla presentazione sarà presente  CORRADO MELLUSO,

Direttore editoriale delle edizioni Baldini e Castoldi.

 

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Salone Internazionale del Libro di Torino - Premio Italo Calvino

Al centro: lo scrittore Daniel Di Schüler 

 

Biografia

Daniel di Schüler, Gombo per gli amici, nasce a Como, nel nord dell’Italia, vicino alla frontiera Svizzera, nel 1964 col nome di Daniele Pruneri. 

Ha iniziato a lavorare nell’edilizia da giovanissimo. Dal 1988 si è occupato di tessuti, viaggiando molto, specie in Europa Orientale. Lettore voracissimo e insonne cronico, da sempre passa le notti a scrivere.

Ha moglie e due figli e vive con loro in un piccolo villaggio della Galizia, in Spagna, l’unico posto al mondo che mai l'abbia fatto sentire a veramente casa.

Vive e lavora li, in una casa isolata, su una lunga spiaggia, di fronte all'Atlantico sconfinato, a pochi chilometri da Capo Finisterre: La fine del mondo secondo gli antichi.

 

 

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RECENSIONI

Su La Lettura - Corriere della Sera, Cristina Taglietti ha recensito "Un'Odissea minuta" di Daniel Di Schüler (Baldini&Castoldi) fornendo le istruzioni per l'uso (come Georges Perec). Un gioco di specchi, di scatole cinesi.

 

Clicca sull'articolo per ingrandire:

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RECENSIONE a "Un'Odissea minuta" - Da CONVENZIONALI

di Gabriele Ottaviani

Alberto Cappagalli è un ingegnere. Vive a Commiserate Ontona (Cm), la grigia perla dell’Ontona, di cui domina il medio corso, una città di sessantamila abitanti meno due, capoluogo dell’omonima provincia, gemella diversa di Compiangete Laltro (Cp), in prossimità della quale sorga Cariate Laltro (Cp), straordinario polo tessile. Il suo prefisso è 029, il codice di avviamento postale 21001, ed è raggiungibile in auto lasciando la tangenziale di Milano all’uscita Commiserate-Compiangete, seguendo poi la SS 103 in direzione di Grigignasco e da lì fino a destinazione la SS 103 bis, imboccata al primo bivio.

È il sedici di giugno del duemilaquattro. Esattamente cento anni prima James Joyce aveva ambientato la giornata di Leopold Bloom, il suo Ulisse.

Alberto decide che per quella sera Ulisse sarà lui. Il romanzo della sua vita inizia con venti pagine scritte di getto in una notte. Non ne comporrà più. Ma bastano. Perché c’è già tutto.

Almeno secondo Daniele. Che però non è semplicemente un cognato gentile. È un fine esegeta, e dimostra con metodo scientifico che ogni parola conserva e comunica un mondo.

Note, glossari, indici, le piccole cose della vita di ognuno: Un’odissea minuta, di Daniel Di Schüler (Baldini & Castoldi), non è un romanzo. È una manifestazione di puro genio.

https://convenzionali.wordpress.com/2016/05/30/unodissea-minuta/


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RECENSIONE a "Un'Odissea minuta" - Da IL POST


Note sui romanzi con le note
di Giacomo Papi – @giacomopapi

Nate come commenti a testi di diritto, nel Novecento le note le hanno usate un po' tutti; ora sono un segno della disgregazione del romanzo

La casa editrice Baldini&Castoldi ha da poco pubblicato Un’Odissea minuta di Daniel Di Schüler, un romanzo di 657 pagine composto quasi interamente di note.
Sono note brevi, medie, fluviali – 174 per la precisione – di un testo di appena 20 pagine in cui il protagonista – il ragionier Alberto Cappagalli – descrive il proprio risveglio in un giorno qualunque, il 16 giugno 2004, un secolo esatto dopo quello di Leopold Bloom raccontato da James Joyce nell’Ulysses: da cui il titolo Odissea minuta.
Per fortuna del ragioniere, e anche del lettore, forse, la narrazione di Cappagalli si interrompe poco dopo il risveglio, nel momento in cui il protagonista, dopo avere aperto gli occhi, ripensato alla moglie, fatto il caffè ed essersi preso un pestone su un piede contro uno «spigolo atroce», sta per incominciare a farsi la barba.

Il romanzo di Daniel Di Schüler è stato finalista al Premio Calvino, ma non ha la forma di un romanzo, né tantomeno di una raccolta di racconti. È una lunga, sterminata chiosa che, di nota in nota, espande un momento banale per mostrare tutto quello che contiene e a cui è collegato. L’idea, non nuova, ma sviluppata con un’ossessività notevole, è che in un istante – a scavarci dentro e a dilatarlo per bene – ci sia tutta la vita di un uomo.

La scelta di sviluppare il racconto attraverso le note ha numerosi precedenti in letteratura. Soprattutto nel corso del Novecento, ma anche prima, le note sono un ingrediente importante di decine di romanzi, alcuni dei quali molto famosi. Le note compaiono, per esempio, in La favola della botte di Jonathan Swift, La fiera delle vanità di Thackeray, Guerra e pace di Tolstoj ne ha almeno una e così Memorie dal sottosuolo di Dostoevskj, Le avventure di Tom Sawyer di Mark Twain, e poi ancora Vent’anni dopo di Dumas e Il signore degli anelli di Tolkien; ne hanno usate anche Updike e Auster, Pratchett (tantissime) e Asimov, S.S. Van Dine, Michael Crichton, Michael Chabon, Nicholson Baker, Junot Diaz, Mark Haddon, L. Frank Baum e Joyce Carol Oates, Villa Matas, Douglas Adams, Douglas Coupland, Julio Cortàzar e Umberto Eco, naturalmente.

http://www.ilpost.it/2016/05/24/note-sui-romanzi-con-le-note/

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Pillole narrative - tratte dal blog ufficiale del libro

http://odisseaminuta.blogspot.it/

 

 

In questi mesi "calcisticamente" caldi di giugno e luglio, proponiamo un brano a tema tratto da Un'Odissea Minuta

 


IL GOAL DELLA SUA VITA
Dalla nota IX -4, riferita al sostantivo "porta".

Le calcistiche muse e il fato s’amarono un sabato pomeriggio, nel cielo d’Alberto. Non era una partita di campionato come tante; era il derby degli scarichi, o della «cacca», per i tifosi, che vedeva la perennemente gloriosa Migliavacca scontrarsi con la rampante Cattaneo Ecologia, fondata e finanziata da un concorrente diretto del suo munifico sponsor.

Si giocava in casa della Migliavacca, ma unicamente secondo il calendario, perché il campo era quello del Centro Sportivo Telesio Tacchetti, che le due squadre gestivano in comune. Campo spelacchiato come sempre, ma con le righe rifatte di fresco e, data l’importanza dell’incontro, con delle bandierine nuovissime a sorvegliarne gli angoli.
Sullo spalto (inutile usare il plurale; ce n’era uno solo: una decina di gradoni allineati a uno dei lati lunghi del terreno di gioco) v’era, per usare il linguaggio dei telecronisti, la folla delle grandi occasioni: un paio di centinaia di persone, non tutte direttamente imparentate, o in procinto di diventarlo, con i giocatori. Tra loro anche Giovanni Bargeglio, quasi laureato in Scienze Politiche, aspirante scrittore e praticante giornalista, incaricato dal giornale locale d’occuparsi di quel che d’importanza men che locale accadeva in quella parte della città e nelle contrade limitrofe. Sbadigliava, dopo una notte passata a seguire una seduta fiume del Consiglio Comunale di Remenate Ontona e aver già scritto il relativo articolo: «La differenziata della discordia». Più di lui, boccheggiava Emilio Puddu, terzino sinistro della Migliavacca e garzone fornaio, giunto al fischio d’inizio stremato dalla doppia panificazione del venerdì notte. Solito compensare con una fenomenale velocità il limite di una statura non eccelsa, Puddu quel mattino era sembrato indossasse delle scarpe di piombo mentre il suo avversario, un biondino ricciuto e occhialuto, gli era sgusciato via da tutte le parti.
All’ottantasettesimo si era sempre sullo zero a zero. Risultato falso come Giuda, a cui la Migliavacca, in crisi di gioco e d’idee, era rimasta aggrappata esclusivamente grazie alle prodezze di un Franz Tagliabue (v. nota VI – 17) in versione saracinesca. Dopo un velleitario contrattacco della Migliavacca, spentosi prima ancora di superare la metà campo, fu di nuovo il fetido biondino ad avere la palla sul piede, quasi al limite dell’area. Fintò a destra e si buttò verso sinistra, come in quella partita già aveva fatto con successo decine di volte.
Non quella.
Puddu, vistosi irriso, prima che superato, con uno scatto di sardo orgoglio, si allungò in tutti i suoi centosessanta e due o tre centimetri e riuscì con la punta della scarpa destra a toccare il pallone. Non con tanta forza da spedirlo in una direzione precisa, ma abbastanza da levarlo all’avversario, che pensava d’aver già via libera verso la porta, e farlo rotolare dalle parti di Alberto.
L’urlo del geometra Ruotolo, un passato da riserva nelle giovanili della Cavese e un presente da impiegato della Migliavacca Spurgo Pozzi Neri, oltre che, soprattutto, da allenatore della squadra sponsorizzata dalla medesima azienda, si alzò acutissimo: «Fuoriii! Sbattila fuoriii!»
Alberto controllò con il piatto destro il pallone e fu lì per spedirlo in tribuna, obbedendo al perentorio ordine ricevuto, ma, poi non seppe bene spiegarsi il perché, non lo fece.
Alzò lo sguardo, vide che tra lui e la porta della Cattaneo c’era quasi tutto il campo, ma non più di tre o quattro avversari, e partì palla al piede in quella direzione. Vinse di pura forza un primo contrasto, svellendo il pallone dai tacchetti dell’avversario che lo aveva intercettato.
Proprio sul cerchio di centrocampo, sullo slancio, superò un altro difensore, che riuscì ad afferrarlo per la maglietta, ma non a trattenerlo.
Fece altri due o tre passi poi quasi si arrestò, convinto di non poter continuare oltre in quell’azione solitaria.
Cercò con gli occhi Ferrari (v. nota VII – 8), che gli era sembrato lo avesse seguito; non lo trovò.
Davanti a sé aveva un’unica maglietta giallo-verde; quella di Pierobon, secondogenito di Pierobon Magazzini per Tutti (v. nota VI – 17), poderoso centravanti tanto famoso per la sua abilità nel colpire di testa quanto famigerato per il suo controllo di palla. «Eh; aveva proprio i piedi a tombino.» Era liberissimo. Troppo; tanto da essere in fuorigioco.
Alberto, insomma, era arrivato fi n lì da solo e da solo doveva continuare.
E continuò. Si liberò di un altro avversario, che nel frattempo lo aveva raggiunto, con una veronica che non gli era mai riuscita neppure in allenamento. Superò un altro difensore con un corto e calibratissimo pallonetto; una perla come forse ne aveva infilate tre, in tutte le partite giocate fino ad allora.
Non si era quasi mosso, però; la porta restava lontanissima.
La difesa avversaria era rientrata al completo. Pierobon era tornato a essere marcatissimo; Ferrari si rotolava tenendosi uno stinco. Il resto dell’esausta Migliavacca aveva semplicemente rinunciato ad attaccare.
Alberto, con le gambe ormai di cemento, si buttò ancora in avanti. Tre, quattro falcate. I suoi occhi, velati dalla fatica, non videro l’avversario che gli si era parato d’innanzi; solo i suoi calzettoni a righe azzurre e amaranto, conficcati nel prato come due paletti.
Bastarono a distrarlo. Incespicò.
Tutto sembrò perduto. Soprattutto il pallone che gli rimase indietro.
Quello, proprio quello, fu l’istante.
Risuonò la bestemmia del geometra Ruotolo, ma ci sarebbe dovuta essere una musica d’archi.
In un gesto tutto d’istinto, Alberto sporse il tallone, mentre continuava a correre in avanti. Ne uscì un altro pallonetto che scavalcò anche questo difensore: un colpo come solo ne aveva visto fare, e solo una volta ciascuno, a Pelé e Maradona (v. nota VII – 5).
Il pallone, esaurita quella traiettoria, gli atterrò alla distanza giusta perché, dopo averlo lasciato rimbalzare quel tanto, potesse calciarlo scaricandovi sopra tutta la potenza del suo piedone calibro 45.
Non ne risultò una cannonata; piuttosto un colpo d’obice che, partito da una decina di metri davanti il vertice sinistro dell’area, salì altissimo, prima di scendere, davvero come una bomba, superare di un soffi o le mani protese del portiere, e andare a infilarsi nell’angolino opposto della porta avversaria.
E fu il silenzio.
Non urlò con le braccia al cielo, Alberto, com’era solito fare dopo uno dei suoi rari goal. Non urlarono i suoi compagni né emise alcun suono la folla.
Tutti, al Telesio Tacchini, rimasero immobili, a bocca aperta, sopraffatti dall’enormità di quanto avevano appena visto accadere.

Si fermò anche il tempo, almeno nella mente di Alberto, nell’estasi dell’immagine, che gli era rimasta congelata nella retina, di quella palla che entrava in rete ...

 

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